Il nostro Cervino – Cap.2

10
ottobre
2013
#Alpinismo

Il nostro Cervino, 56 ore – terza parte

Al nostro risveglio il cielo era terso di un color turchese che pochi giorni è possibile osservare, le nuvolaglie che i giorni precedenti coprivano le scoscese pareti del gigante avevano lasciato spazio allo sguardo. L’alta pressione preannunciata dalle previsioni meteo e dalla signora della Casa delle Guide era giunta puntuale. Tutto era perfetto ed ora toccava realizzare il nostro sogno.
La possibilità di scalare il Cervino iniziava a diventare realtà.
Quella montagna che tanto avevamo sognato e corteggiato svettava elegante e silenziosa davanti a noi.
Per affrontare l’attraversata del Cervino saremmo saliti prima alla Capanna Carrel, ove avremmo trascorso la notte, per poi partire all’alba, salire in vetta e discendere la via normale svizzera fino all’Hornlihutte, da dove attraverso il passo del Breuil saremo rientrati in Italia sino a Cervinia.
Prepariamo meticolosamente lo zaino evitando di fare l’errore dell’anno passato. Questa volta doveva essere calibrato al grammo, per avere tutto l’occorrente e il minimo necessario.
L’attrezzatura era ridotta all’osso: caricai una sola mezza corda da 60m che avremmo usato doppiata in modo da affrontare la progressione come se avessimo le due mezze, 2 rinvii da 25cm e altri 2 artigianali, 3 friend (che si rivelarono indispensabili soprattutto per l’aspetto psicologico), un moschettone HMS per far sicura con il mezzo barcaiolo, e altri 3 moschettoni a ghiera più piccoli per soste e doppie insieme alla piastrina. Con due anelli di fettuccia da 120cm e un kevlar della stessa misura l’occorrente per la scalata era pronto. Gessica portava con se il suo discensore, due moschettoni e due fettucce da 60cm per eventuali emergenze. Una piccozza classica a testa, ramponi dodici punte e nient’altro.
Lasciammo in macchina il sacco piuma per il bivacco, confidando di trovare le sporche e infeltrite coperte di lana che l’anno precedente ci erano state utili per scaldarci e riposare qualche ora al bivacco. Per quanto riguarda i viveri, avevamo lesinato molto: qualcosa di saporito da consumare alla Carrel per cena, del miele e biscotti per la colazione e solo qualche pezzo di cioccolata e frutta secca per l’attraversata.
Anche il vestiario era minimalista, quello che importava era avere indumenti caldi e che ci proteggessero dall’acqua e dal vento ma che pesassero poco.
Tutto era pronto per partire, caricammo gli zaini in spalla ed iniziammo ad incamminarci lungo i verdi pendii sopra Cervinia.
Erano passate da poco le undici, il sole splendeva e la temperatura era ideale. Le mucche pascolavano tranquille mangiando l’erba profumata dei pascoli d’altura, poco distante le marmotte come audaci soldatini scrutavano la valle fischiando in caso di ritirata, gli uccelli nel cielo volteggiavano liberi sfidando la gravità. Qualche escursionista risaliva insieme a noi il sentiero che conduce al Rifugio Duca degli Abruzzi, fotografando di tanto in tanto il paesaggio incantevole e rinfrescandosi nei vari ruscelli che intagliavano i verdi pendii.
Il rifugio Duca degli Abruzzi che l’anno precedente era in fase di ristrutturazione questa volta era aperto, entriamo a sbirciare e notiamo con stupore che invece di essere un rustico luogo di riposo per stanchi alpinisti, era stato aperto un elegante ristorante ove venivano serviti preziosi piatti della gastronomia locale. Non sembrava il luogo adatto a noi, salutammo i ricchi turisti giapponesi che banchettavano felici e uscimmo. Seduti per terra gustammo qualche scacchetto di cioccolata e fresca aria di montagna.
Non so per quale motivo, ma quella mattina non puntai mai gli occhi verso la cima del Cervino, probabilmente per timore o per scaramanzia, ma non lo feci.
Risalimmo la pietraia retrostante il rifugio a fianco al nevaio che alimenta il piccolo laghetto alpino sottostante, sorpassammo la Croce Carrel, eretta in suo ricordo dopo la tragica morte, e proseguimmo in direzione del canale roccioso che risale il primo balcone di roccia strapiombante.
Un alpinista ci fece segno di proseguire in silenzio e molto lentamente, raggiunto ci fece notare un branco di meravigliosi stambecchi dalle corna maestose. Tranquilli e spaparanzati al sole come dei divi, non facevano complimenti agli scatti degli alpinisti che passavano nei pressi. Era la prima volta che io e Gessica avevamo il piacere di vederli così da vicino, erano più di quindici tra grandi e piccoli, arroccati sull’orlo del precipizio, belli, anzi bellissimi con quel manto color castano scuro e quei lunghi corni lavorati, indifferenti dalla nostra presenza, assopiti al calore del sole in una beata estasi pomeridiana.
Ma non potevamo di certo soffermarci a lungo, sapevamo che era ancora lunga ed impegnativa la “strada” che portava alla Capanna Carrel e come dice un proverbio che amo ripetere in montagna mentre compio ascensioni di vario genere: “il sole mangia le ore…”.
Risaliamo velocemente sino sotto il nevaio del Pan di Zucchero, ove ci fermiamo per fare l’ultimo rifornimento di acqua. Da quel momento in poi l’unica fonte di approvvigionamento sarebbe stata la neve.
Ci alziamo proseguendo sulla precaria traccia tra la neve sino sotto la Testa del Leone dove incontriamo due alpinisti italiani che stavano scendendo. Mi fermai per uno scambio di battute. Chiesi se avevano fatto la cima e come avevano trovato la via di salita. I due rammaricati mi risposero che la Cresta del Leone era impraticabile per la troppa neve che rallentava l’andatura di salita e rendeva l’ascensione ancora più difficile e snervante. Proseguirono dicendomi che loro erano arrivati quasi sotto al Pic Tindal e per raggiungere quel punto avevano dovuto faticare per più di sei ore. Proseguire verso la vetta sarebbe stato un suicidio perché non avrebbero fatto tempo a scendere prima del calare dell’oscurità. Scelsero la strada migliore, dal mio punto di vista, come facemmo noi nel 2011 decisero di riprovarci l’estate dell’anno seguente.
Proseguimmo l’ascensione verso il traverso sotto la Testa del Leone mentre qualche nube si avvicinava alla montagna accompagnata da un forte vento. Al contrario delle previsioni il meteo stava volgendo al brutto e noi iniziavamo a raggiungere il tratto più impegnativo prima della Capanna. Iniziammo ad arrampicarci sulle placche, Gessica saliva veloce e sicura anche senza corda, aspettammo le balze più verticali prima di legarci in modo da essere più veloci visti i piccoli fiocchi di neve che iniziavano a scendere dal cielo. Intanto davanti a noi altre cordate stavano salendo, un gruppo di 4 spagnoli procedeva lento proprio sul tiro chiave. Un grosso canapone bianco aiuta il superamento di un muro strapiombante di circa dieci metri. Qualche spit dove poter assicurare la corda e addirittura qualche fettuccia passata a bocca di lupo nelle piastrine funge da staffa per facilitare la risalita. Ma quel giorno, in quell’occasione vidi un metodo di risalita al quanto bizzarro. Gli spagnoli che portavano con loro zaini veramente enormi erano legati in cordata a due a due. Il primo di cordata saliva con la longe legata all’imbrago assicurandosi tramite un nodo Prusick al canapone in parete. Questo modo di procedere oltre ad essere lento gli faceva sprecare molta energia. A ogni ancoraggio del canapone alla parete doveva sciogliere il nodo per rifarlo sul settore seguente… un assurdità! Ma ciò che più mi ha colpito è che anche il secondo di cordata procedeva con la stessa tecnica di ascensione, cosa che non aveva nessun senso tranne quello di farci perdere solo del tempo prezioso.
Iniziavo a spazientirmi, sapevo che a neanche cento metri sopra le nostre teste c’era la Carrel e noi inermi sostavamo infreddoliti su una gelida cengia di roccia tormentata dal vento. Pensai subito che la mattina seguente dovevamo partire molto presto per anticipare le altre cordate. Su montagne come il Cervino la velocità di progressione è una componente importante per portare a termine in maniera positiva ciò che c’eravamo prefissati. Fu il “Gnaro” Mondinelli che in occasione di un incontro a Brescia, mi disse che in montagna la velocità è sinonimo di sicurezza, per affrontare montagne impegnative occorre essere allenati fisicamente e preparati tecnicamente in modo da affrontare l’ascensione in breve tempo senza incappare in spiacevoli repentini cambi metereologici che per la maggior parte delle volte in montagna significano ritirate rischiose o ancora peggio drammatici bivacchi in parete.
Intanto gli spagnoli riuscirono a scavalcare l’impegnativo muro che ci sovrastava e finalmente era il nostro turno. Pochi movimenti rapidi, un rinvio all’uscita del muro e veloci verso un altro tiro, io e Gessica superammo qualche cordata che ci precedeva e in una decina di minuti fummo alla Capanna Carrel. Con stupore quando apri la porta d’ingresso notai un assurdo affollamento, non riuscii a contare quante persone c’erano in quel bivacco ma capii subito che era necessario trovare un materasso libero e pensare a una strategia per la mattina seguente.
Trovammo posto per dormire nel sotto tetto.
La Capanna Carrel è un bivacco enorme, costituito da una zona cucina e una camerata con due file di letti a castello più un soppalco a circa 60cm dal tetto ove sono posizionati altri materassi e coperte. Ci infilammo proprio lassù, erano gli ultimi posti a disposizione ed ero proprio contento di non dover dormire per terra. Posizionammo le nostre cose e preparammo subito gli attrezzi che il giorno seguente ci sarebbero serviti per l’ascensione. Erano passate da poco le quattro del pomeriggio, la breve perturbazione che ci aveva congelati durante la salita al bivacco stava lasciando spazio agli ultimi raggi di sole. Uscendo dalla porta della Capanna, sentivo attorno a me energia positiva, i cupi strapiombi e i grigi ghiacciai che tutt’attorno mormoravano inquieti, non mi incutevano nessun timore, mi sentivo bene e in pace con me stesso.
Intanto altre cordate continuavano ad arrivare al bivacco, chi saliva da Cervinia e chi scendeva in ritirata dalla montagna. Entrai in cucina dove c’era Gessica che tra il mormorio di strani accenti stranieri aspettava il turno per sciogliere un po’ di neve per fare del tè caldo e mangiare qualcosa.
Bisognava cenare presto e per poi riposare, la sveglia il giorno seguente sarebbe stata molto prima dell’alba e l’ascensione sarebbe durata molte ore.
Sorseggiammo del tè alla menta bollente, mangiammo una minestra calda, del grana, del pane secco e addirittura una latta di gulash suppe. Scambiammo qualche parola con italiani, francesi, spagnoli, giapponesi e sloveni che insieme a noi stavano mangiando prima di andare a coricarsi, tutti osservavano tutti, quasi dovessero spiare le mosse dell’avversario… e col sorriso me ne stavo seduto in silenzio e ascoltavo quel brusio d’alpinismo che tanto mi piace.
Poco prima del calare dell’oscurità ci coricammo nel sotto tetto, fuori il cielo era gelido, ma terso, spirava un forte vento che colpendo le lamiere del tetto della Capanna fischiava dannato cercando di incutere paura a noi, anime indifese che il giorno seguente avremmo provato ad addomesticare la montagna che in quell’estate non aveva mai concesso a nessun alpinista di scalarla dal versante italiano.

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Il nostro Cervino - 4.478m

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