Il nostro Cervino – Introduzione

08
ottobre
2013
#Alpinismo

Il nostro cervino, 56 ore

Tutto ha inizio nell’estate del 2011.

Ora non ricordo neppure chi sia stato a mettermi la pulce nell’orecchio, ma qualcuno un giorno mi narrò di gesta eroiche su una montagna tanto bella quanto impegnativa. Il Cervino è il sogno di ogni alpinista, uno scoglio tra le Alpi, che si erge imponente dai pascoli sopra l’abitato di Cervinia.

Le sfide mi hanno sempre entusiasmato, e il Cervino quell’estate la ritenevo un’ascensione che meritava di essere compiuta. Il folle germe di avventura e di ricerca dell’ignoto aveva intaccato anche me. Cimentarmi in quell’impresa mi sembrava la cosa più sensata.

Un giorno mi avvicinai a Gessica, la mia compagna, e le sussurrai nell’orecchio: “Andiamo a fare il Cervino?”. Lei mi guardò come se fossi matto, ma i suoi occhi brillavano dall’emozione, entusiasta dalla proposta e già ansiosa di partire, mi rispose: “Quando?”.

La mia folle proposta fu quella di scalare il Cervino in giornata. Mi spiego.

Terminato di lavorare, intorno alle 19 saremmo saliti in macchina per portarci a Cervinia, circa 450 km, da li senza riposarci saremo partiti direttamente, salendo a piedi dal paese fino al rifugio Duca degli Abruzzi, da dove parte la vera e propria traccia di salita al Cervino. Arrivati in vetta saremmo ridiscesi lungo la stessa via, per far ritorno alla macchina e quindi a Rovereto.

Una vera e autentica follia, ma così fu. Il viaggio in auto durò circa 4 ore e mezza. Alle 1.30 di notte con gli zaini in spalla stavamo risalendo le piste da sci per portarci verso il Rifugio Duca degli Abruzzi a quota 2800m circa. Già pregustavo la vittoria e l’impresa realizzata.

Ingenuo ed arrogante pensavo fosse una passeggiata arrivare fin lassù e poi ridiscendere tutto d’un fiato … ma la realtà dei fatti era che ne io ne Gessica sapevamo bene come si articolasse la scalata, quanto tempo era necessario per salire sino in vetta e soprattutto dove cristo fosse la traccia di salita.

Non avevamo una cartina, non avevamo una relazione decente, non avevamo idea nemmeno di dove fossimo … ma stavamo per salire verso il Cervino.

La notte era limpida e stellata, immersa nell’assordante silenzio della montagna, la luna segnava col suo chiarore il profilo di quel gigante di roccia e neve che alla fine dei conti non incuteva nemmeno così tanto timore.

Trovammo un segnale giallo e ci dirigemmo verso ovest, superato un torrentello iniziammo a salire per l’irto sentiero tra la pietraia sino a giungere a una casa.

“Sarà questo il rifugio?”

“Qui è tutto chiuso! Anzi… qui non è nemmeno aperto, stanno ristrutturando!!!”

Saranno state quasi le 3 ed eravamo al Duca degli Abruzzi, superammo il laghetto che sta sul retro del rifugio e nei pressi seduti su di un sasso ci fermammo qualche minuto per riposare, mangiare una barretta, e indossare l’imbrago.

Il foglio che tenevo nella tasca del gilèt citava: “Grazie a sporadici ometti e segnali di vernice rossa seguiamo la traccia che ci porta sino accanto ad un primo nevaio posto alla base di una parete rocciosa abbastanza ripida e strapiombante … bla bla bla … ci infiliamo in un ripido canalone.”.

Guardavo verso l’alto e non vedevo nulla, solo una gigantesca ombra nera, mentre dal paese arrivava un fuoristrada che posteggiò nei pressi del rifugio.

Scesero due uomini attrezzati con degli zainetti miseri, praticamente vuoti, e mi chiesi dove andassero a quell’ora senza corde, imbraghi, piccozze e ramponi. I loro zaini paragonati ai nostri facevano ridere.

Noi avevamo portato persino i chiodi da ghiaccio … per non saper ne leggere ne scrivere.

I due che ci precedevano salivano veloci come stambecchi, mentre noi schiacciati dal peso del nostro super equipaggiamento arrancavamo sulle roccette, tentando di tenere il passo per non perdere di vista le luci delle pile frontali di quegli uomini che con passo sicuro risalivano la pietraia.

Il terreno era instabile e precario, e come mi avevano raccontato il Cervino si presentava realmente un grande ammasso di pietre traballanti tenute insieme dal gelo.

Intanto in alto cominciavano a comparire una miriade di lucette che lentamente si accodavano lungo la linea di cresta, le indicai a Gessica e le spiegai che probabilmente lassù c’era la famosa Capanna Carrel.

Stavamo per passare sotto la Testa del Leone, un passaggio delicato, ove un passo falso può essere fatale. Il traverso incombeva lugubre nella valle sottostante mentre uno scuro canalone scaricava continuamente detriti. Sotto i nostri piedi enormi blocchi di pietra scricchiolavano e tremavano, pronti e gettarsi nell’abisso, mentre un soffio gelido risaliva dal versante opposto congelando le gocce di sudore sui nostri volti.

La mancanza di lucidità per la stanchezza dovuta alla notte insonne cominciava a farsi sentire. Il mal di testa e i riflessi meno pronti erano un chiaro segnale che avevamo preteso troppo da noi stessi e che la salita era compromessa.

Erano passate ormai le 5 e stavamo per attaccare le placche verticali che portano al bivacco. Il ritmo era decisamente calato, ormai legati in cordata proseguivamo prima in conserva lunga e poi a tiri di corda. Eravamo giunti ai canaponi del Cheminee, l’alba si affacciava dal ghiacciaio del Breitorn insieme a qualche nuvola. I passaggi si facevano sempre più impegnativi e richiedevano sempre più energia. Lo zaino era un macigno e a 3800m di quota un tale peso sulle spalle rendeva tutto ancora più estenuante.

Erano quasi le sei, allestii una sosta veloce sul trave in acciaio che sorregge la Capanna Carrel, recuperai Gessica che saliva piano senza ramponi lungo le lastre di ghiaccio che mordevano le rocce sotto il bivacco. I suoi occhi scuri e spenti esprimevano lo sconforto e la stanchezza che assalivano il suo corpo, e senza nemmeno una parola entrammo nel bivacco per proteggerci dal vento.

Bevemmo del tè caldo, mangiammo qualche biscotto, Gessica provò a rimediare al mal di testa con un aspirina che nulla poteva fare se non a sollevarla almeno un poco. Non era solo la quota che aveva stremato i nostri corpi, si erano sommate le componenti della giornata di lavoro, le ore di guida, la notte senza poter dormire, i 2000 metri di dislivello che avevamo già compiuto, il peso dello zaino, lo stress di dover per forza tornare a casa con la cima fatta, e per finire ci stavamo demoralizzando perché all’orizzonte un vasto fronte nuvoloso avanzava velocemente divorando le cime di fronte al nostro sguardo.

La camerata del bivacco vuota e disordinata, metteva ancora più sconforto. Gli alpinisti, fuori, appesi su quelle rocce, gridavano “parti, vai, libera, sasso”, mentre noi stavamo lì, al tepore di una coperta sporca e infeltrita a sognare la vetta di quella montagna che quella volta non sarebbe stata nostra.

Alle 11 passate sentiamo qualche rumore provenire dal cucinino del bivacco. Riposati, un po’ rammaricati per aver mollato usciamo dalla camerata per vedere chi fossero i primi alpinisti ad aver fatto ritorno.

Riconosco quegli uomini che qualche ora prima ci avevano passati al Duca degli Abruzzi. Incredulo mi rivolgo a loro chiedendogli come fossero le condizioni della parete. Capisco che uno di loro è una guida alpina di Cervinia, sul gilèt porta la patacca della società locale, il suo volto scuro dal sole e segnato dal gelo trasmette una grande esperienza e una vita dedita a salire quelle montagne tanto affascinanti quanto letali.

Era Lucio Trucco, guida alpina e Capo del Soccorso Alpino della stazione di Cervina. Figlio d’arte e grande amico di Pelissier e Barmasse poteva vantare la 169° ascensione personale sulla cima del Cervino. Quel giorno insieme al suo cliente impiegò poco più di 4 ore dalla Capanna Carrel, salire in vetta e ridiscendere al bivacco. Ero affascinato da tanta rapidità e gli chiesi come erano equipaggiati visto che quando ci avevano passati di notte non avevano praticamente nulla nello zaino.

Mi spiegò che corda e ferri del mestiere li teneva custoditi proprio nella Capanna, e che per salire il Cervino non serve molto, la parete è ben attrezzata con canaponi, chiodi, catene e per lui era indispensabile rispettare la regole del 3: 30 metri di corda, 3 rinvii e 3 moschettoni.

In quei giorni le condizioni della via di salita non richiedevano nemmeno piccozza e ramponi. Ancora più sbalordito dalla sue parole, mostrai a quell’uomo il nostro esagerato equipaggiamento: 2 mezze corde, 6 rinvii, friend, dadi, qualche chiodo da roccia, cordini e fettucce, 4 moschettoni a ghiera, una piastrina, piccozza e ramponi e addirittura i chiodi da ghiaccio!

Spiegai che tanta attrezzatura derivava dalle conclusioni tirate dopo la telefonata fatta alla Casa delle Guide di Cervinia. La signora che rispose alle mie domande mi spiegò che la via di salita non era semplice, che era importante avere la normale attrezzatura alpinistica e in più essendoci ghiaccio erano indispensabili piccozza e ramponi.

Lui sorrise, mi batté sulla spalla, mi chiese l’età. Risposi fiero: “27”. Con tono pacato mi disse:”Hai tempo di riprovarci il prossimo anno.”.

Ci mettemmo in marcia insieme a Trucco e il suo cliente, qualche tratto in corda doppia fino alla Testa del Leone, poi il vertiginoso traverso che affrontato in alto sotto le rocce della Testa offre terreno più stabile e veloce, e quindi giù lungo la pietraia del Pan di Zucchero allo scoperto e bersagliati dalle scariche di pietre che si staccavano dalla sommità dei nevai per via del disgelo.

Arrivammo alla macchina senza aver conquistato la vetta, ma con un bagaglio importante di esperienza e conoscenze. Avevamo fatto qualche errore di valutazione, avevamo pagato l’eccessiva ingenuità che ci aveva spinti sino sotto la Cresta del Leone, ma tornavamo a casa con il sorriso e con un sogno …

Il nostro Cervino.

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Il nostro Cervino - 4.478m

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