Il nostro Cervino – L’alba del giorno dopo

12
ottobre
2013
#Alpinismo

Il nostro Cervino, 56 ore – L’alba del giorno dopo

Sento la gente muoversi, è ancora notte, vengo abbagliato dalla lampada frontale di qualcuno che sta preparando lo zaino. Il tintinnio di ferri e ramponi è inconfondibile anche quando sei assopito. A dir la verità lo scalino su cui appoggio, non è il massimo del confort, ma mi accontento e soprattutto non mi lamento. Vedo un uomo che mi scavalca letteralmente, cerco di fare un po’ di spazio tra me e Gessica in modo che le altre persone possano passare con più facilità. Guardo l’orologio, è presto e penso che stiano partendo per la cima. La porta si apre, entra aria gelida, dopo qualche istante si richiude lasciando fuori la voce di quegli uomini che iniziano la scalata.

Nel bivacco ora c’è molto più spazio, e sfruttiamo l’occasione sdraiandoci nella stanzetta dove erano usciti gli altri. Il loculo è strettissimo e incasinato, ma non mi preoccupo più di tanto, voglio solo riposare. Mi sdraio per terra e dormo.

Qualche decina di minuti prima delle sei il sole brilla intenso dai vetri della capanna. Fuori inconfondibili rumori e grida di gente che arrampica mi incuriosiscono tanto da farmi alzare dal mio tiepido giaciglio. Esco dalla porta e vengo accecato dall’abbagliare del sole che tra la quota e i ghiacciai circostanti risplende con un’ineguagliabile luminosità. Mi guardo intorno, e osservando la cresta del Hornli che tanto ci aveva impegnato qualche ora prima. L’emozione è forte. Nel frattempo sono numerosissime le cordate che salgono dalla valle verso la capanna e altrettante quelle che sono in fila e si stanno dirigendo verso la cima. Il tempo è perfetto, nemmeno una nuvola all’orizzonte, la temperatura ai 4000m della Capanna Solvey era decisamente buona, insomma le condizioni erano favorevoli per una veloce discesa verso valle.

Entro nel bivacco, due giapponesi che come noi avevano dormito alla Solvey si stanno preparando. Nel frattempo Gessica, sistemato lo zaino, aveva preparato la “colazione”… qualche pezzo di frutta secca e dei rimasugli di cioccolata alle nocciole.

Nel mentre dalla porta entrano quattro spagnoli, gli stessi che il giorno precedente avevamo passato nei pressi della cresta del Pic Tyndall. Si erano attardati sulla Cima del Cervino che avevano raggiunto dopo di noi come ultima cordata della giornata, dopo di che scendendo, durante le calate una corda si era incastrata e avevano perso molto tempo per liberarla. Il sopraggiungere della notte e la stanchezza gli aveva costretti a bivaccare in parete un centinaio di metri sopra la capanna che non si lasciava vedere dall’alto.

I loro visi erano provati dalla notte praticamente insonne, ma non avevano perso l’umorismo e l’affiatamento di gruppo, i quattro si prendevano in giro a vicenda ironizzando dell’accaduto.

Finiamo di smangiucchiare, salutiamo i quattro e procediamo nelle manovre di discesa. Fisso la prima doppia proprio sulla ringhiera del terrazzino del bivacco, mentre numerose cordate continuano a salire.

Ci caliamo tra un sasso e l’altro che rotolano a valle. Un susseguirsi di doppie fino a una comoda cengia dove passa la via di salita, togliamo i ramponi dai piedi, ci posizioniamo in conserva corta e proseguiamo a disarrampicare camini, diedri, rocce e roccette, girando a destra poi a sinistra e poi su e di nuovo giù, un labirinto di pietra da cui districarsi lasciando passare di tanto in tanto qualche veloce guida svizzera .

Il nostro avanzare era abbastanza lento, giustificato dalla stanchezza accumulata nelle ore di scalata e dai piedi indolenziti dai congelamenti.

E’ stata un emozione stupenda toccare con i piedi il nevaio che rivestiva la base della montagna, un respiro di sollievo e un forte abbraccio tra me e Gessica che finalmente potevamo dire che avevamo compiuto l’attraversata del Cervino. Il nostro piccolo sogno si era realizzato.

Non era finita, eravamo in Svizzera e in qualche modo avremmo dovuto raggiungere Cervinia. In quel momento la priorità era mettere sotto ai denti qualcosa di commestibile. A pochi passi da noi, il Rifugio Hornli pullulava di gente, turisti e alpinisti banchettavano gioiosi bevendo birra e scattando foto al Cervino o meglio al MatterHorn visto che in Svizzera si chiama così.

I nostri occhi brillavano alla vista di quei deliziosi manicaretti che vedevamo uscire dalla cucina, poi tutto l’entusiasmo si spense quando vedemmo scritto sul muro del rifugio il listino prezzi.

Maledetti svizzeri! Il pranzo ci costò caro… con un cambio euro-franco svizzero fatto un po’ alla carlona la signora del rifugio ci ha chiesto 54 “oiro” per due birre, due piatti di pasta in bianco e una bottiglia di acqua…

Intanto anche i quattro spagnoli arrivarono al rifugio e da buoni alpinisti brindarono alla vittoria bevendo cerveza. Andammo a salutarli e a capire cosa avevano in mente visto che come noi erano partiti da Cervinia.

La loro intenzione era quella di scendere allo Shwarzsee, prendere la cabinovia che portava sino al Piccolo Cervino, scendere al colle del Teodolo dove l’altra funivia gli avrebbe portati comodamente in centro a Cervinia… semplice, facile e comodo. Progetto interessante quello degli spagnoli.

La mia idea di partenza era quella di attraversare sotto al Cervino sfruttando il ghiacciaio per raggiungere il Colle di Breuil. Da li per sfasciumi e cenge avremmo raggiunto il Rifugio Duca degli Abruzzi per poi scendere a Cervinia. Per tale progetto mi basai su alcune vecchie relazioni che avevo trovato in giro e guardando qualche foto qua e la. Sicuramente sarebbe stato molto più comodo raggiungere Cervinia con la funivia, ma non è il mio stile. La realtà invece era un altra: quel ghiacciaio che collegava il Rifugio Hornlì al Colle di Breuil non esiste più. Al suo posto ora è presente un enorme buco pieno di sassi che precipitano insieme a blocchi enormi di ghiaccio che si staccano da quel che resta del seracco ancora aggrappato alla base della montagna. Passare di là, come ci spiegò la signora del rifugio è una rulette russa, in più ora per raggiungere il Colle c’è una parete di roccia levigata dal ghiaccio.

Così il progetto originario sfumò, per il più comodo e pratico progetto spagnolo.

Salutammo nuovamente i quattro spagnoli e con calma ci incamminammo verso la cabinovia. Lo stupendo sentiero che porta verso valle offre una veduta incredibile sul Cervino, sulla parete nord, su Zermatt e sulle vallate e montagne circostanti. E’ incredibile vedere la ritirata dei ghiacciai e le enormi valli che hanno lasciato. Il paesaggio romantico e incantato dell’alpe svizzera ci accompagna fino allo Shwarzsee. A quel punto la fatica è tanta e sentiamo pian pian che i nostri fisici sono provati. Gli zaini sono di nuovo pieni dei vestiti e dell’attrezzatura che avevamo utilizzato per la scalata. Il loro peso incide sulle nostre spalle. Eravamo sinceramente contenti di prendere la cabinovia tranne per il salasso svizzero che ci hanno presentato per la corsa singola sul Piccolo Cervino… 130 franchi svizzeri. Maledetti!

La funivia che porta al Piccolo Cervino sale veloce e senza fatica, sorvolando un oceano di ghiaccio e sfiorando le rocce delle montagne. Un’ascesa mozzafiato che finisce nella galleria scavata all’interno della montagna oltrepassata la quale si distende il ghiacciaio del Breitorn. Le nuvole basse sul versante italiano della montagna rendevano tutto bianco e piatto. Sapevamo che dovevamo abbassarci fino al colle del Teodulo, e con piacere le piste battute dai gatti delle nevi rendevano tutto più facile.

Ci incamminiamo quando alle nostre spalle sopraggiungono di corsa i quattro spagnoli, ancora loro…

Gentilmente ci avvisano che alle 16.30 ci sarebbe stata l’ultima corsa della funivia per Cervinia. Ci lanciamo in sei in una corsa folle tra le piste da sci a 4000m. Arrivati alla funivia presso il Rifugio Guide del Cervino l’amara realtà voleva che qualche minuto prima, quindi alle ore 16 si effettuava l’ultima discesa con destinazione Cervinia… che smacco! Maledetti italiani!

Tanta fatica per nulla… – ora che facciamo? -

La nebbia ancora bassa limitava la visuale, entriamo nel rifugio insieme agli spagnoli e ci consultiamo. Chiediamo al gestore come si fa a scendere per Cervinia e lui cortesemente ci spiega la rotta più comoda e veloce. Nella nebbia volevo essere sicuro, gli amici spagnoli capendo poco di quello che il gestore mi stava spiegando si sarebbero affidati a me. Mi affaccio alle finestre del rifugio ma non vedo nemmeno la neve, poi la visibilità migliora e chiedo al gestore di mostrarmi la rotta lungo il ghiacciaio. L’uomo con fare sicuro mi accompagna sulla terrazza e mi dice:

- Le vedi le tracce del gatto? -

- Si, le vedo – rispondo.

- Ecco, seguile fino al ponte di neve che copre il grande crepaccio, attraversatelo e poi virate a sinistra verso il laghetto, se lo vedete, oppure se vedete qualche palinatura della pista invernale seguite quella, ma state attenti… -

- Ah… grazie -

Rimasi un po’ sulle mie, salutai il gestore e invitai gli spagnoli a seguirmi.

Eravamo in sei e ci legammo in due cordate da tre, perfetto!

Gessica, che era la più leggera del gruppo batteva strada lungo il ghiacciaio, in uno stato di ansia e stanchezza pazzesco.

Da dietro le gridavo la direzione da prendere, passammo velocemente il profondo crepaccio nero e nella nebbia ci infilammo nell’ultima parte di ghiacciaio logorato da rigoli di acqua di scioglimento e detriti che crollavano dal versante roccioso. Mettere i piedi sulla “terra ferma” fu un sollievo per tutti quanti.

Eravamo stanchi e indolenziti, affamati e assetati e non vedevamo l’ora di arrivare a valle. Intanto le nubi si diradavano, mostrandoci i pascoli del Platò Rosà e la grande diga che lo sovrasta. La strada fu lunga e snervante, ma fu l’occasione per scambiare quattro chiacchiere con gli spagnoli che insieme a noi e percorrendo lo stesso lungo viaggio avevano scalato il Cervino.

Arrivammo a Cervinia al tramonto dopo 56 ore dalla partenza.

I piedi erano gonfi e dolevano, le ginocchia di Gessica scricchiolavano, puzzavamo da fare schifo… ma avevamo conquistato quella splendida e unica montagna.

Eravamo felici e fieri di quello che avevamo fatto.

Gaston Rebuffat disse: – “Il Cervino all’inizio lo si sogna. Il miracolo è permanente: il rapporto bellezza – inacessibilità è indissolubile.“-

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Il nostro Cervino - 4.478m

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