Il nostro Cervino – La scalata

11
ottobre
2013
#Alpinismo

Il nostro Cervino, 56 ore – quarta parte

La Cresta del Leone inizia subito impegnativa.

Usciamo dalla Carrel poco prima delle 6.00 e ci accodiamo alle cordate che in fila aspettano di superare il primo passaggio molto tecnico proprio sopra il bivacco.

Il vento fischiava ancora, per tutta la notte aveva graffiato il tetto sotto il quale provavamo a riposare, ma non intendeva a placarsi; imperterrito proseguiva la sua azione di logorante disturbo.

Iniziamo lentamente a salire, davanti a noi una quindicina di cordate si accingono a superare traversi in placca con i ramponi calzati, rallentando molto la progressione. Io e Gessica avevamo preso la saggia decisione di iniziare la scalata senza ramponi, in modo da essere più sicuri, veloci e precisi, dopo di che quando avremmo incontrato neve o ghiaccio avremmo calzato i ramponi. La nostra scelta fruttava e iniziammo a passare un paio di cordate sulle Placche Cretier.

Spagnoli, giapponesi, sloveni, francesi, tedeschi e italiani, tutto il mondo quel giorno provava a conquistare quella montagna affascinante che si ergeva con immane imponenza sotto ai nostri corpi.

Arriviamo al primo nevaio del Linceul facilmente superabile grazie al cordino d’acciaio. L’aiuto di quel cavo era notevole, senza impacci e inutili rallentamenti potevamo così passare sulle tacche nella neve che le cordate precedenti avevano scavato con fatica e proseguire la nostra scalata lungo un tratto di misto molto impegnativo.

Per la maledetta fretta di inseguire la conquista della vetta mi ostinavo a salire enormi massi di roccia bloccati da scivolosi strati di ghiaccio senza piccozza e ramponi. Recupero Gessica che sale tra le rocce, ma non parliamo e non prendiamo decisioni, l’aria sottile dei 4000 ci attanaglia la gola e il cervello, guardiamo in alto e non vediamo che roccia da scalare. Siamo quasi alla Gran Corda, e dall’alto vola una piccozza di una cordata spagnola. Sento un tipo che mi grida e mi scongiura di recuperare quel maledetto arnese che per poco non mi centra… Lo raccolgo solo perché sapevo che poteva essermi di grande aiuto su quel ghiaccio verticale.

La Gran Corda è un passaggio molto impegnativo, costituito da una parete quasi strapiombante di circa 15 metri che era stata attrezzata con un enorme catena di ferro. Il passaggio è estenuante, la quota ti prosciuga le energie e la lucidità, sui fittoni nella roccia rinvio la corda che stringe Gessica tra le mani e mentre salgo con il respiro affannato guardo il baratro sotto i miei piedi. Stringo con tutte le forze ogni singolo appiglio che prendo e salgo facendomi coraggio e imitando i movimenti della fortissima guida slovena che mi precede, arrivo sul ciglio della cresta e si spalanca davanti a me una visuale che mi blocca il fiato, faccio sosta, il vento mi massacra il viso, tiro su il cappuccio della giacca, recupero Gessica, e proseguo. Pochi metri sopra, la cordata degli spagnoli che aveva perso la piccozza ci stava aspettando, in una zona riparata. Decidiamo di riposarci qualche minuto per bere e mangiare una barretta. Era strano, nonostante fossero passate ore dalla nostra partenza non avevo ne fame ne sete, ma sapevo che dovevo bere e nutrirmi per idratare il corpo e mantenere un alto livello di glicemia per rimanere concentrato.

Sopra di noi si ergeva il Pic Tyndall, il “cancello orario” del Cervino. La sua ombra ci copriva e oscurando ogni visuale a monte ci permetteva di guardare solo verso valle. Tante cordate erano incatenate alla parete, tante iniziavano già le manovre per la ritirata, tante avrebbero proseguito ancora qualche centinaia di metri per poi accorgersi che mai avrebbero toccato la vetta in tempo per affrontare anche la discesa.

Calziamo i ramponi, avevamo rischiato già troppo sino a quel momento, ora ci aspettava di salire una rampa di neve e roccette che porta alla lunga e snervante cresta del Pic Tyndall. Una volta in cresta, sul filo del rasoio procediamo piano, baciati dal sole in bilico tra i due versanti come acrobati attaccati a una stupida fune che non lascia scampo ad inutili errori. Passo dopo passo, con estrema cautela e precisione aggiriamo torri e stretti canali che scaricano verso valle centinaia e centinaia di metri sotto i nostri piedi.

Non avrei mai pensato che la cresta del Pic Tyndall ci impegnasse così tanto. Più o meno raggiungemmo il Pic alle ore 11 del mattino dopo circa 5 ore di scalata e ci volle più di un ora per superare l’affilata cresta.

Ad un certo punto Gessica guarda l’orologio, vedo nei suoi occhi la frustrazione del tempo che scorre inesorabile e quando osserva l’interminabile via che ancora abbiamo da scalare mi dice con un filo di voce:- “Cosa facciamo?” – “Dici che ce la facciamo o è meglio tornare indietro???“.

Io la guardo, poi guardo la montagna, respiro l’aria pungente per qualche secondo, poi osservo la cresta del Pic Tyndall e rispondo:- “Io di qua non scendo!” – “Ora arriviamo in Vetta!!!“.

Ripresi a scalare tra la roccia e le nuvole. Ansia e speranze si confondevano tra i lenti movimenti che mi impegnavano nella salita, precarie assicurazioni ancoravano la nostra corda a quella montagna che tanto sognavamo di scalare. Ancora qualche centinaia di metri e la vetta sarebbe stata nostra.

L’aria sempre più rarefatta ci soffocava, superiamo la prima Corda della Testa e arriviamo alla Scala Giordano. Le prime cordate che già aveva raggiunto la cima scendeva in corda doppia. Erano i primi dell’anno ad aver addomesticato il Leone. A noi mancava veramente poco a quel punto. Afferrai la scala di corda e legno che a circa 4400m supera uno strapiombo alto 20 metri. La scala oscillava vistosamente e soprattutto strapiombava. La fatica era immane, due passi e tre respiri, due passi e tre respiri, uno sforzo interminabile… e poi sosta per recuperare Gessica che con la grinta del Leone non mollava e si issava lungo la scala traballante. Eravamo quasi sul Cervino un traverso in placca e un piccolo camino ci separavano dalla conquista. Saliamo velocemente il passaggio Thioly e a 4476m arriviamo in vetta al Monte Cervino, sono le 3 di pomeriggio passate e tocchiamo la croce. Sfiniti per lo sforzo compiuto, tesi come le corde di un violino sorridiamo a stento all’obiettivo della fotocamera con cui scattiamo una delle poche foto che ci ricorderanno quella stupenda impresa. Sulla misera crestina su cui appoggia imbullonata la croce ci si sta a stento, ancorati agli spit della vetta leghiamo le bandierine nepalesi che avevamo riservato per l’occasione. I festeggiamenti sulla cima non furono sfarzosi, sapevamo che la discesa sarebbe stata un grosso enigma, visto che saremmo scesi lungo la cresta svizzera che non conoscevamo. Era ancora lunga, dalla vetta vedevamo Cervinia ma non potevamo vedere quello che ci aspettava. Le relazioni dicevano che la Horli (la via svizzera) sarebbe stata più agevole, ma la stanchezza era tanta, la lucidità poca e soprattutto era tardi. Soli su quella vetta ci sembrava di essere distanti da tutto il resto del mondo, sapevamo che per scendere da li avremmo dovuto contare solo sulle nostre forze. Affrontammo con estrema cautela il traverso sulla cresta per raggiungere la vetta svizzera, di qualche metro più alta di quella italiana. Sotto di noi incombeva la parete Nord e ogni piccolo errore sarebbe stato fatale. Sul ciglio di cresta la neve si sfaldava precipitando a valle sul versante del Breuil. Corda corta e tanta tensione. Gessica procedeva un metro davanti a me e nella mente mi scorrevano tutte le manovre di arresto in caso di caduta. Arrivammo alla Madonnina svizzera e iniziammo a scendere solo con piccozza e ramponi lungo il ripido versante svizzero. Il cielo intorno a noi iniziava a scurirsi, in pochi secondi tutto diventò grigio, eravamo soli, circondati dalle nuvole attanagliati dal bianco della neve che rendeva tutto uguale. Continuavamo a scendere un passo alla volta fino a quando non trovammo un fittone spuntare dal ghiaccio. Lo afferrai, e affannato mi fermai a respirare: “un punto saldo sul mondo“- continuavo a ripetermi nella testa; “un punto saldo sul mondo“-.

Iniziammo una serie infinita di doppie da 25 – 30 metri mentre l’oscurità della sera scacciava il giallo tramonto che nel frattempo si era aperto ai nostri occhi.

Era tardi e procedevamo sempre più lenti, stanchi e infreddoliti, a momenti disperati ma sempre coscienti di quello che stavamo facendo. Quello che però più ci angosciava era la notte e la paura di sbagliare qualche doppia e trovarci a penzoloni nel vuoto. L’oscurità avanzava e accendemmo i frontali. Erano le 9 di sera passate, l’altimetro con gli sbalzi di pressione era completamente sballato, sapevamo che a quota 4000m, sul versante svizzero c’era un bivacco. Consultammo la relazione per verificare che con le doppie non l’avessimo passato, ma pensavo che era impossibile non vedere un bivacco.

Ormai era difficile vedere i punti di calata, la roccia nera del Cervino nascondeva ai nostri occhi le soste.

Per fortuna il meteo non complicò le cose, la serata era fredda e stellata, il cielo era tornato limpido, a valle si vedevano delle luci e noi appesi lassù a quella visione ci sentivamo meno soli.

Gessica era sfinita, e mi chiese se valeva la pena proseguire alla cieca. Io sapevo che non mancava tanto e che ci saremo arrivati, non volevo arrendermi alla notte, anche perché sapevo che non eravamo equipaggiati per affrontare un bivacco in parete.

Tutta la notte appesi ad una sosta senza un sacco piuma sarebbe stato un inferno, avevamo poco da bere e quasi niente da mangiare, i piedi erano congelati e all’aperto di notte sarebbe stata la rovina. Nello zaino avevo un solo sacco bivacco, che avevo portato per eventuali emergenze, ma mai avrei voluto usarlo per trascorrere la notte in parete. Decisi che bisognava andare avanti, con notevole ottimismo cercavo di convincermi che mancava poco, anzi pochissimo.

Ricominciai a calarmi nell’oscurità, i ramponi stridevano sulla roccia e mi sforzavo di intravedere dove diavolo fossero gli ancoraggi… Ad un tratto arrivai su di un terrazzino cementato, col frontale mi illuminai i piedi, non capivo che cavolo servisse a 4000m un terrazzino cementato, poi spostai la luce verso la mia destra mentre scioglievo il prusik e vidi una targa brillare… –“LA CAPANNA SOLVEY“- gridai a Gessica entusiasta come un bambino, emozionato e sfinito -”LA CAPANNA, SIAMO ARRIVATI, VIENIII“-.

Ero felice, estremamente felice, penso che il mio urlo lo abbiano sentito fino a Zermatt. Arrivò anche Gessica, entrammo nel piccolo bivacco dove erano ammassati un mucchio di alpinisti, non saprei nemmeno dire quanti, ma trovai posto su di uno scalino. Feci sedere Gessica a fianco a me e le passai il sacco bivacco con cui poteva tenersi un po’ più calda. Tirai fuori dallo zaino le poche cose da sgranocchiare e da bere che avevamo, misi il piumino e slacciai gli scarponi, e mi lasciai assopire su quello scalino di legno tanto scomodo quanto sicuro in quel piccolo e angusto bivacco svizzero maledettamente incastrato tra le rocce del Cervino.

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Il nostro Cervino - 4.478m

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